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Il paradosso di Bruxelles: l’Europa riduce le emissioni ma esporta le fabbriche

C’è una fessura, nei dati macroeconomici 2025, da cui si intravede il mercato di domani. Non è tanto il fisiologico ripiegamento del fatturato delle macchine per plastica e gomma (-4,2% dopo quattro anni di record), quanto lo scossone geopolitico che sta ridisegnando le rotte commerciali. Per la prima volta nella storia, gli Stati Uniti hanno praticamente agganciato la Germania in cima al nostro export di settorre. Un segnale chiaro: mentre il motore manifatturiero tedesco arranca, l’Oltreoceano tiene e l’Estremo Oriente accelera, con l’India che vola a un clamoroso +40% di ordini.

Ed è in questo scenario che si inserisce il j’accuse politico lanciato dal presidente di Amaplast, Massimo Margaglione, durante l’annuale Assemblea dei soci. Le sue parole non sono la difesa corporativa di un settore – che pure rappresenta la seconda forza della filiera europea con 15,3 miliardi di valore aggiunto –, ma una lucida lezione di pragmatismo rivolta a Bruxelles.

Il fulcro del problema è il paradosso del Green Deal. L’Europa ha intrapreso una strada nobilissima verso la sostenibilità, normando in maniera stringente ogni aspetto della produzione (dal pacchetto Fit for 55 al regolamento imballaggi PPWR). Tuttavia, lo ha fatto dimenticando l’autonomia strategica. Imporre vincoli severi e costosi alla manifattura interna, senza proteggere i confini industriali, si traduce in un autogol: l’Europa riduce le proprie emissioni ma “esporta” fabbriche e ricchezza verso mercati esteri.

Il caso della Cina è emblematico. Pechino non è più un distretto a basso costo, ma un competitor tecnologico aggressivo. Ma mentre l’Unione Europea si autofustiga in nome dell’ambiente, la Cina produce ed esporta beni utilizzando per il 60% l’energia da carbone. Comprare da chi non rispetta le nostre stesse regole crea un corto circuito: “Un paradosso moralmente appagante, ma strategicamente inefficace”. L’Europa deve decidere se rimanere un passivo mercato di consumo o diventare una potenza industriale capace di difendere le proprie filiere.

Ma la parte più densa di questo manifesto imprenditoriale risiede nel modo in cui l’economia si sposa con l’umanesimo. In un’epoca di fabbriche digitalizzate, il rischio è quello di scambiare la massa dei dati con la saggezza delle decisioni. L’Intelligenza Artificiale promette miracoli energetici e produttivi, ma c’è un confine invalicabile che gli algoritmi non potranno mai superare: la prudenza, il senso di giustizia, l’empatia e la responsabilità etica.

Fare impresa, in questo scorcio di secolo così instabile, non può ridursi a un mero esercizio di ottimizzazione finanziaria. Significa riscoprire la funzione sociale del lavoro. La vera sfida dei costruttori italiani per il prossimo decennio sarà quella di dimostrare che dietro l’acciaio e i brevetti esiste un valore non negoziabile: il capitale umano. Perché la scienza ci dice cosa è possibile fare, ma è l’etica a ricordarci cosa è giusto fare. E le macchine, per quanto intelligenti, non sanno dare carezze.

a cura di Paolo Spinelli