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Riciclo della plastica in Italia: fatturato in calo per il terzo anno consensivo

Il settore del riciclo della plastica in Italia si trova a un bivio storico. Nonostante l’impegno quotidiano dei cittadini nella raccolta differenziata e l’efficienza tecnologica dei nostri impianti, l’economia circolare nazionale sta affrontando una frenata preoccupante.

Secondo l’ultimo report 2025 sul riciclo meccanico delle materie plastiche, elaborato da Plastic Consult per Assorimap (Associazione nazionale riciclatori e rigeneratori di materie plastiche) e presentato a Milano alla fiera Plast 2026, il fatturato del comparto ha registrato una flessione per il terzo anno consecutivo.

I dati, inaugurati da un videomessaggio del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, delineano il quadro di una vera e propria crisi strutturale che minaccia da vicino gli obiettivi di sostenibilità del Paese.

I numeri della crisi: aumentano i volumi, crollano i ricavi

Il bilancio del 2025 evidenzia un forte paradosso: le aziende riciclano di più, ma guadagnano di meno.

  • Fatturato complessivo: 685 milioni di euro, in calo dell’-1,1% rispetto al 2024.
  • Volumi lavorati: 850 mila tonnellate, segnando un leggero incremento del +2%.
  • Costi energetici: esplosi a 135 €/MWh a dicembre (oltre il 40% in più rispetto al 2021).

A pesare drasticamente sulla filiera è stato il secondo semestre del 2025. In questo periodo, le quotazioni dei polimeri riciclati sono precipitate ai minimi del decennio, mentre i costi operativi sono rimasti ai massimi storici. Questa morsa ha compresso i margini economici delle imprese, fino quasi ad azzerarli per la stragrande maggioranza dei materiali.

Il commento di Walter Regis, presidente di Assorimap-Confimi: “Gli utili sono azzerati per tutte le imprese. Resistono quelle che affiancano al riciclo altre attività – come raccolta, selezione e segmenti diversificati. Ma il problema va oltre i bilanci aziendali: il riciclo meccanico è l’anello finale della raccolta differenziata e una leva concreta per ridurre il contributo nazionale alla Plastic tax europea. Indebolirlo significa indebolire l’intero sistema paese”.

Il caso R-Pet: l’unica eccezione trainata dalle normative europee

In un panorama di generale sofferenza economica, brilla un’unica eccezione: l’R-Pet (il PET riciclato). Questo segmento ha superato le 228 mila tonnellate, diventando per la prima volta il comparto più redditizio del settore con un fatturato di 272 milioni di euro (+8,8%), superando storicamente il polietilene.

Questo exploit isolato non è casuale, ma è guidato dalle leggi. Paolo Arcelli, direttore di Plastic Consult, spiega: “Il Pet è un caso a parte perché è trainato direttamente dalla direttiva europea SUP (Single Use Plastics), che impone obblighi rigidi sul contenuto di riciclato nelle bottiglie per bevande. Per gli altri polimeri, come il polietilene flessibile e rigido, gli stessi obblighi scatteranno solo nel 2030. Di conseguenza, oggi questi materiali subiscono una concorrenza sleale e aggressiva da parte della plastica vergine prodotta all’estero”.

Tuttavia, anche sul fronte dell’R-Pet gli equilibri cambierà rapidamente tra il 2026 e il 2027. La Commissione Europea ha stabilito che, ai fini della rendicontazione, verranno conteggiati solo i materiali riciclati provenienti da rifiuti post-consumo “Made in Europe”.

Un patrimonio industriale da difendere

La crisi attuale colpisce una filiera solida e strutturata, che rappresenta la spina dorsale della transizione ecologica italiana e conta:

  • 350 imprese attive (compresi raccoglitori e selezionatori di rifiuti e scarti industriali);
  • Oltre 240 produttori di materie prime seconde;
  • 88 impianti specializzati nel trattamento della plastica post-consumo.

Oltre alla mancanza di codici doganali specifici (necessari per bloccare l’ingresso di materiali esteri spacciati per riciclati ma offerti a prezzi da plastica vergine), mancano ancora misure di sostegno concrete da parte del tavolo di crisi istituito presso il Ministero dell’Ambiente.

Le soluzioni di Assorimap per il rilancio: crediti di carbonio e obblighi di utilizzo

L’associazione chiede un rilancio immediato del tavolo istituzionale con scadenze certe e accordi di filiera vincolanti, in cui chi finanzia il sistema attraverso i contributi ambientali si impegni concretamente ad acquistare materiale riciclato.

Mentre paesi come la Francia hanno già attuato interventi dedicati a supporto delle proprie aziende, l’Italia non ha ancora introdotto politiche industriali efficaci. Per recuperare competitività sul mercato, il presidente Walter Regis indica due soluzioni normative chiare e immediate:

  • Riconoscere i crediti di carbonio: premiare il valore ecologico del riciclato, monetizzando il risparmio di emissioni di CO2 che il riciclo garantisce rispetto alla plastica vergine.
  • Introdurre l’obbligo di utilizzo di plastiche riciclate: anticipare i tempi imponendo quote minime di materiale rigenerato all’interno di beni di consumo e imballaggi commercializzati in Italia.