Il settore globale entra in una nuova fase di instabilità strutturale.
Il primo trimestre 2026 conferma che l’industria chimica e delle materie plastiche sta attraversando una delle fasi più complesse degli ultimi anni. Non si tratta più soltanto di una normale ciclicità di mercato o di un rallentamento temporaneo della domanda: i risultati delle principali multinazionali mondiali mostrano un settore costretto a convivere con una nuova normalità fatta di volatilità geopolitica, squilibri regionali, costi energetici elevati e crescente pressione sulla competitività industriale.
La crisi esplosa in Medio Oriente e le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno avuto un impatto immediato sulle catene logistiche globali e sui prezzi delle materie prime. Parallelamente, la debolezza della domanda europea continua a comprimere i margini dei business petrolchimici di base, mentre Asia e segmenti specialty rappresentano sempre più i principali motori di crescita.
Dalle trimestrali emerge un’industria spaccata in due: da un lato i grandi gruppi integrati e i produttori con accesso a feedstock competitivi, che sono riusciti a trasformare la volatilità in opportunità; dall’altro i produttori europei e gli operatori più esposti alle commodity, che continuano a soffrire margini ridotti e sovracapacità produttiva.
Hormuz cambia gli equilibri del mercato globale
Il tema dominante del trimestre è stato senza dubbio l’effetto geopolitico sul mercato petrolchimico mondiale. Le tensioni nel Golfo Persico hanno creato forti discontinuità nelle rotte commerciali e nei flussi logistici internazionali, spingendo verso l’alto i prezzi di numerosi prodotti chimici e delle poliolefine.
Secondo quanto riportato da Borouge, i prezzi delle poliolefine sono aumentati del 62% nel solo mese di marzo, sostenuti dalla riduzione dell’offerta disponibile e dai timori sulle forniture globali. In questo contesto, il CEO Hazeem Sultan Al Suwaidi ha sottolineato come “la resilienza operativa e la flessibilità della supply chain siano diventate competenze strategiche fondamentali” per affrontare una fase caratterizzata da forte instabilità logistica. L’azienda di Abu Dhabi ha dovuto riorganizzare rapidamente la propria supply chain, distribuendo il 61% della produzione di marzo attraverso rotte alternative e mantenendo comunque un tasso di utilizzo impianti del 98%.
Borouge ha chiuso il trimestre con ricavi pari a 1,2 miliardi di dollari, EBITDA adjusted di 343 milioni e utile netto di 156 milioni di dollari. I risultati mostrano come la capacità di adattamento logistico e operativo stia diventando un fattore competitivo decisivo.
Anche Sabic ha evidenziato segnali di miglioramento operativo nonostante il contesto difficile. Il gruppo saudita ha registrato un EBITDA adjusted di 4,15 miliardi di rial sauditi e un utile netto adjusted di 816 milioni, grazie soprattutto a una maggiore disciplina sui costi e all’efficienza industriale.
I grandi gruppi integrati trasformano la crisi in margini
A beneficiare maggiormente della volatilità geopolitica sono stati i grandi gruppi integrati, in particolare quelli con accesso a feedstock a basso costo o con forte esposizione alle attività energetiche e di raffinazione.
TotalEnergies ha archiviato uno dei trimestri più solidi del settore, con utile netto rettificato pari a 5,4 miliardi di dollari e cash flow operativo di 8,6 miliardi. Il chairman e CEO Patrick Pouyanné ha evidenziato come il modello integrato del gruppo stia consentendo di “assorbire meglio gli shock macroeconomici” in una fase di forte volatilità energetica. La società francese ha tratto vantaggio dall’aumento dei margini di raffinazione registrato nel mese di marzo e dalla forte performance delle attività legate a petrolio, gas naturale liquefatto e trading energetico.
Anche ExxonMobil ha mostrato una notevole capacità di tenuta. Pur riportando utili GAAP pari a 4,2 miliardi di dollari, il gruppo statunitense ha indicato un risultato adjusted di 8,8 miliardi al netto di effetti straordinari e timing sfavorevoli. Nel trimestre la società ha inoltre raggiunto livelli record di produzione in Guyana e incrementato le esportazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti.
Dow e LyondellBasell hanno invece evidenziato come il business petrolchimico resti sotto pressione, ma con segnali di miglioramento legati all’aumento dei prezzi delle poliolefine e alla ripresa sequenziale dei volumi.
Dow ha registrato un EBITDA operativo di 873 milioni di dollari, sottolineando però come il contesto resti fortemente condizionato dalla volatilità energetica e dai costi logistici.
LyondellBasell ha chiuso il trimestre con utile netto di 125 milioni di dollari ed EBITDA di 568 milioni. Il gruppo ha parlato apertamente di deterioramento della curva globale dei costi a causa della crisi mediorientale e continua ad accelerare il processo di razionalizzazione delle attività europee.
Europa ancora l’anello debole della chimica mondiale
Se Stati Uniti e Medio Oriente hanno beneficiato di vantaggi competitivi energetici e di una maggiore integrazione industriale, l’Europa continua invece a rappresentare il punto più fragile del settore.
Basf ha registrato ricavi per 16,02 miliardi di euro e un EBITDA ante straordinari pari a 2,4 miliardi, leggermente inferiore rispetto ai 2,5 miliardi dello stesso periodo del 2025. Il gruppo tedesco è riuscito a compensare parzialmente il rallentamento dei prezzi grazie alla crescita dei volumi, trainata soprattutto dalla Cina.
Nonostante ciò, la società continua a confrontarsi con costi energetici elevati, domanda europea debole e pressione competitiva proveniente dall’Asia e dagli Stati Uniti. Il CEO Markus Kamieth ha ribadito che Basf continuerà a puntare sulla trasformazione del gruppo e sul rafforzamento delle attività a maggiore valore aggiunto per recuperare competitività.
Ancora più evidente la difficoltà di Ineos Group Holdings, che ha visto i ricavi scendere a 3,37 miliardi di euro dai 4,18 miliardi del primo trimestre 2025. Anche Braskem continua a operare in un contesto di margini compressi e forte volatilità regionale, chiudendo il trimestre con EBITDA ricorrente di 241 milioni di dollari.
Il quadro europeo evidenzia un problema strutturale sempre più evidente: gli impianti petrolchimici basati su naphtha faticano a competere con i produttori nordamericani alimentati da shale gas e con i gruppi mediorientali sostenuti da feedstock a basso costo.
Asia sempre più centrale nelle strategie industriali
Mentre l’Europa rallenta, l’Asia continua a rappresentare il principale driver di crescita per molte multinazionali chimiche.
Arkema ha indicato performance positive nei segmenti batterie, healthcare e stampa 3D, grazie soprattutto alla domanda asiatica. Il gruppo francese ha chiuso il trimestre con EBITDA di 283 milioni di euro e utile netto di 65 milioni.
Anche Syensqo ha evidenziato una maggiore resilienza nei business ad alto valore aggiunto. La società ha registrato ricavi per 1,4 miliardi di euro ed EBITDA underlying di 251 milioni, sostenuta dalla ripresa dei polimeri speciali e delle attività Novecare.
Per molte aziende, la Cina e più in generale l’Asia non rappresentano più soltanto mercati di sbocco, ma veri e propri centri strategici di crescita industriale e tecnologica.
Specialty e materiali avanzati mostrano maggiore resilienza
Uno degli aspetti più evidenti emersi dalle trimestrali è la diversa capacità di tenuta tra business commodity e comparti specialty.
Le aziende focalizzate su materiali avanzati, chimica specialty e polimeri ingegneristici hanno infatti mostrato performance decisamente più solide rispetto ai produttori maggiormente esposti ai cicli petrolchimici di base.
Celanese ha registrato vendite nette per 2,3 miliardi di dollari e un EBITDA adjusted di 455 milioni, beneficiando di un mix di prodotto più favorevole e delle misure di efficienza adottate nei materiali ingegneristici.
Anche DuPont ha superato le aspettative del mercato con ricavi in crescita del 4% a 1,7 miliardi di dollari e un EBITDA operativo di 414 milioni, tanto da rivedere al rialzo le guidance per l’intero esercizio. La CEO Lori Koch ha attribuito i risultati soprattutto alla solidità delle piattaforme legate a elettronica, healthcare e applicazioni industriali ad alte prestazioni.
Il messaggio che arriva dal mercato è chiaro: i segmenti con maggiore contenuto tecnologico, minore esposizione alla volatilità energetica e più forte specializzazione applicativa stanno dimostrando una resilienza significativamente superiore.
Tagli ai costi e razionalizzazione diventano la priorità
Quasi tutte le multinazionali del settore stanno accelerando programmi di contenimento dei costi, efficientamento industriale e razionalizzazione degli asset produttivi.
Dow continua a lavorare sulla ristrutturazione delle attività europee e sull’aumento della produttività degli impianti. LyondellBasell sta procedendo con dismissioni e ottimizzazione dei tassi di utilizzo produttivi per migliorare la competitività. Il CEO Peter Vanacker ha spiegato che il gruppo sta adattando la propria struttura industriale a un contesto segnato da forte volatilità e crescente pressione competitiva globale.
Anche Basf prosegue il percorso di riduzione strutturale dei costi avviato negli ultimi anni, mentre numerosi gruppi stanno ridisegnando la propria presenza geografica privilegiando le aree con migliori condizioni energetiche e fiscali.
La competitività del settore chimico mondiale appare sempre più legata a tre fattori: accesso a energia competitiva, resilienza logistica e capacità di spostarsi verso prodotti a maggiore valore aggiunto.
Una chimica globale sempre più divisa
Le trimestrali del primo trimestre 2026 mostrano quindi un’industria chimica mondiale attraversata da profonde divergenze.
Da una parte ci sono i grandi gruppi integrati, i produttori con vantaggi strutturali sui costi energetici e le aziende focalizzate sulle specialty, che riescono a mantenere margini relativamente solidi anche in uno scenario instabile.
Dall’altra restano sotto pressione numerosi operatori europei e i business commodity più esposti alla volatilità delle materie prime, alla debolezza della domanda e alla concorrenza internazionale.
Il settore sembra ormai entrato in una fase di trasformazione strutturale nella quale geopolitica, logistica ed energia pesano quanto — e forse più — delle tradizionali dinamiche cicliche.
Per l’industria chimica e delle materie plastiche il 2026 potrebbe quindi rappresentare non soltanto un anno di transizione, ma l’inizio di un nuovo equilibrio competitivo globale.

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