News

Bilanci Q2 2026: il trimestre dello stretto di Hormuz per le materie plastiche

Il secondo trimestre del 2026 sarà ricordato dall’industria chimica e delle materie plastiche come il trimestre dello Stretto di Hormuz. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, con conseguenti timori per la libera navigazione nello stretto e interruzioni operative in alcuni impianti della regione (compreso un incidente il 5 aprile 2026 negli impianti degli Emirati Arabi Uniti di Borouge International), hanno innescato un’ondata di rincari sulle materie prime petrolchimiche — nafta, etano, benzina — e una stretta improvvisa sull’offerta globale di poliolefine e altri prodotti chimici di base. Il risultato, leggendo in controluce le diciassette trimestrali analizzate in questo articolo, è un quadro per molti versi paradossale: i volumi di vendita sono spesso rimasti stabili o in calo, frenati da una domanda finale ancora debole (specie nell’edilizia e nell’automotive europeo), mentre i margini sono esplosi, sostenuti da prezzi di vendita in forte rialzo e da spread ampliati su quasi tutta la catena del valore petrolchimica.

Sabic, Braskem, LyondellBasell, Eastman, Arkema, Ineos Quattro e TotalEnergies citano tutte, con toni diversi, l’impatto del conflitto mediorientale sui propri conti del trimestre. Per i produttori di poliolefine e derivati la combinazione di offerta ristretta e domanda relativamente rigida ha tradotto l’aumento dei benchmark di prezzo — secondo Borouge International, in media il 50% in più nel secondo trimestre rispetto al primo — in una robusta espansione dei margini unitari, anche a fronte di volumi di vendita fiacchi. Non tutti i comparti ne hanno beneficiato allo stesso modo: i mercati legati all’edilizia e ai beni discrezionali restano il punto debole della congiuntura, mentre elettronica, aerospaziale, difesa e mobilità elettrica emergono come i motori di crescita più citati dai management.

Il caso più estremo di questo scollamento tra risultati operativi e salute finanziaria è quello di Braskem: il colosso petrolchimico brasiliano ha chiuso il trimestre con l’EBITDA più alto della sua storia recente, proprio grazie all’ampliamento degli spread legato alla crisi mediorientale, ma si trova al tempo stesso in una procedura di ristrutturazione del debito, con i rating creditizi tagliati a “default” e una tutela cautelare d’urgenza ottenuta dai tribunali brasiliani.

Stessa causa, effetti diversi: i colossi a confronto

Guardando ai grandi gruppi integrati, il trimestre racconta prima di tutto una storia di leva operativa: la stessa impennata dei benchmark di prezzo delle poliolefine e dei loro derivati — Borouge International la stima in media al 50% in più rispetto al primo trimestre — si è tradotta in incrementi di EBITDA sproporzionati rispetto alla crescita dei ricavi, perché i volumi erano già impegnati su impianti che lavoravano vicino alla piena capacità. Dow ha più che triplicato l’EBITDA operativo (da $703 a $2.312 milioni), tornando all’utile netto dopo una perdita di un anno prima; LyondellBasell ha più che raddoppiato l’EBITDA adjusted, a $2,13 miliardi; il segmento Refining & Chemicals di TotalEnergies ha quasi quintuplicato l’utile operativo netto adjusted (da $389 a $1.800 milioni); l’EBITDA di Ineos Quattro è salito del 78%. In ognuno di questi casi i volumi sono rimasti piatti o in leggero calo: è il prezzo, non la domanda, ad aver fatto il lavoro — come nota il CEO di LyondellBasell Peter Vanacker, che rivendica di aver «risposto rapidamente all’interruzione dell’offerta globale aumentando i tassi di utilizzo degli impianti», dimostrando «la flessibilità e la resilienza» della propria base produttiva.

Borouge International è il caso più estremo di questa meccanica, ma per una ragione diversa: nata solo a marzo 2026 dalla fusione tra Borouge, Borealis e NOVA Chemicals sotto l’ombrello di XRG (ADNOC) e OMV, ha pubblicato il suo primo bilancio come gruppo unificato — EBITDA adjusted di $1,82 miliardi, margine del 33%, il più alto tra tutte le società di questo confronto — senza un comparativo storico che permetta di distinguere quanto sia dovuto al mercato e quanto alla nuova scala del gruppo. È il segnale più netto di una tendenza trasversale a tutto il settore, la ricerca di scala attraverso fusioni e cessioni, di cui si parla più diffusamente più avanti.

BASF merita una lettura separata, perché il suo balzo di utile netto — da €79 milioni a €4,1 miliardi — non racconta la stessa storia di ripresa industriale dei margini: la voce dominante è la plusvalenza netta di €3,5 miliardi dalla cessione del business Coatings al fondo Carlyle, mentre l’EBITDA before special items è salito di “soli” €854 milioni. È un utile di natura soprattutto straordinaria, coerente con un gruppo ancora in piena ristrutturazione, come conferma il CEO Markus Kamieth, secondo cui BASF «sta attuando con successo la strategia Winning Ways» dopo aver tagliato, da inizio 2024, circa 7.000 posti di lavoro nel mondo.

L’unica vera eccezione alla narrazione dei margini in espansione è SABIC, che ha chiuso il trimestre con ricavi in calo del 17,9% e un EBITDA adjusted in flessione del 36,6%, fino a una perdita netta (SAR 0,83 miliardi reported, SAR 0,38 miliardi su base adjusted). La differenza rispetto ai concorrenti occidentali sta nei volumi: altrove la domanda ha retto quanto bastava a beneficiare dei prezzi più alti, mentre per SABIC il calo dei volumi ha più che compensato l’aumento dei prezzi medi su etilenglicole e metanolo. Non è un caso che il gruppo saudita sia anche il più avanti nel dismettere asset non centrali — le attività petrolchimiche europee e le Engineering Thermoplastics — piuttosto che investire per crescere nel ciclo attuale. Per le due super-major dell’energia, ExxonMobil e TotalEnergies, la chimica resta infine un pezzo importante ma non decisivo di bilanci dominati da altri business: il segmento Chemical Products di ExxonMobil ha comunque decuplicato l’utile GAAP rispetto al trimestre precedente (da $110 a $1.131 milioni), tanto che il CEO Darren Woods ha riassunto la logica del trimestre in una frase quasi da slogan: «Il secondo trimestre è stato segnato dall’instabilità, ma definito dall’esecuzione».

Braskem: l’utile record che non risolve la crisi del debito

Nessuna trimestrale illustra meglio il paradosso di questo trimestre di quella di Braskem, il maggiore produttore di resine delle Americhe. Sul piano industriale il trimestre è stato il migliore di sempre: ricavi a $4.304 milioni (+37% sull’anno) e un EBITDA recurring che ha superato per la prima volta $1 miliardo (da soli $74 milioni un anno prima, margine dal 2% al 24%), sullo stesso ampliamento degli spread petrolchimici legato alla crisi mediorientale che ha sollevato Dow, LyondellBasell e Ineos Quattro. Ma la stessa società, proprio in queste settimane, ha visto i propri rating creditizi tagliati a “default” (Fitch “C”, S&P “D”), ha ottenuto dai tribunali brasiliani una tutela cautelare d’urgenza che sospende per 60 giorni le azioni esecutive dei creditori ed è ricorsa a una procedura di Chapter 15 negli Stati Uniti per farla riconoscere. Il nodo non è la congiuntura del trimestre, ma un debito accumulato in anni di oneri straordinari — a partire dal risarcimento per la subsidenza del suolo di Alagoas, ancora gravato da un saldo di provvigioni di R$3,2 miliardi — che nessun rally dei margini può risolvere da solo. Significativamente, a differenza di ogni altra società qui analizzata, il comunicato di Braskem non contiene una sola dichiarazione firmata da un dirigente: solo una nota istituzionale della società, che ribadisce quanto segue:

Chimica di specialità: la stessa marea, barche diverse

Nella chimica di specialità la marea del trimestre ha sollevato quasi tutte le barche, ma con intensità diverse. Celanese ha registrato l’EPS adjusted più alto in quasi tre anni grazie alla catena degli acetili; DuPont ha superato la propria guidance e alzato le stime sull’intero anno, in un trimestre segnato anche dalla cessione del business Aramids; Eastman ha visto i ricavi accelerare del 15% sul trimestre precedente, spinti dal Chemical Intermediates; Arkema ha tratto la spinta maggiore da adesivi e coating, mentre le Performance Additives hanno sofferto per il rincaro dello zolfo; Avient ha alzato la guidance 2026, con margini EBITDA record al 18,3%. Il filo comune, ripreso da quasi tutti i management, è la crescita nei mercati legati a elettronica, aerospazio/difesa e mobilità elettrica, mentre l’edilizia resta ovunque il punto debole. Come nota la CFO di DuPont Antonella Franzen, motivando il secondo rialzo di guidance dell’anno: «grazie alla sovraperformance del secondo trimestre, alziamo nuovamente il punto medio della nostra guidance sull’EBITDA operativo per l’intero 2026 a circa 1,76 miliardi di dollari»; e il CEO di Arkema Thierry Le Hénaff descrive un trimestre «segnato dalla crisi in Medio Oriente, dall’aumento dei prezzi delle materie prime e da una diffusa interruzione delle catene di fornitura», superato comunque con margini in crescita.

Non tutti, però, sono già tornati ai livelli pre-crisi. L’EBITDA underlying di Syensqo resta in calo del 6,1% sull’anno nonostante un rimbalzo del 23,8% sul trimestre precedente trainato dai compositi per aerospazio e difesa: come nota il CEO Mike Radossich, la società è tornata «a una crescita di volumi e vendite su base annua», ma non ha ancora recuperato il terreno perso. Covestro, che pubblica un bilancio semestrale, mostra ricavi in calo dell’1,9% nel semestre pur essendo tornata all’utile, in un periodo segnato anche dal cambio contemporaneo di CEO e CFO e dallo squeeze-out dei minoritari da parte di XRG. Sono i due casi in cui la ripresa dei margini sembra ancora rincorrere, più che precedere, la domanda sottostante.

Indorama Ventures e Ineos Quattro completano il quadro con numeri comunque coerenti con il resto del settore: l’EBITDA adjusted di Ineos Quattro è salito del 78,3% grazie soprattutto ai prezzi del PVC in Europa, pur restando la società in perdita netta residua di €34,7 milioni (da una perdita di €175,7 milioni un anno prima).

Fusioni, cessioni e riorganizzazioni: il risiko del settore

Al di là dei numeri trimestrali, le diciassette trimestrali raccontano insieme un settore in piena riorganizzazione di portafoglio, spesso sotto la spinta di investitori mediorientali. Il caso più evidente è quello di Borouge International, nato dalla fusione a tre tra Borouge, Borealis e NOVA Chemicals con l’obiettivo dichiarato di sinergie EBITDA superiori a $500 milioni; la stessa galassia XRG (ADNOC) è protagonista anche dello squeeze-out dei minoritari di Covestro e di un possibile investimento in un nuovo impianto MDI negli Emirati Arabi Uniti.

  • DuPont ha completato la cessione del business Aramids ad Arclin e, in precedenza, lo spin-off del segmento Electronics in Qnity Electronics, oltre a un reverse stock split 1-per-3 e un nuovo buyback da $250 milioni.
  • LyondellBasell ha ceduto quattro impianti europei nell’ambito del riposizionamento di Olefins & Polyolefins Europe, con una perdita contabile di $734 milioni, e ha annunciato la chiusura del polipropilene di Brindisi.
  • SABIC ha unificato i terminal Sabtank e Chemtank, in parallelo alla cessione già citata del business Petrolchimici europeo e delle Engineering Thermoplastics.
  • Celanese chiude l’impianto di compounding di Ulsan (Corea del Sud) e quello di acetato tow di Lanaken (Belgio); Ineos Quattro chiude il sito di polistirene di Channahon (Illinois) e unifica il management di Styrolution e Aromatics.
  • Eastman accelera la crescita del riciclo chimico (metanolisi) a Kingsport; Syensqo ha aperto una revisione strategica del segmento Performance & Care, in linea con l’obiettivo di diventare una pure-play specialty materials company.
  • A Covestro cambiano contemporaneamente CEO (Markus Steilemann non rinnoverà il contratto) e CFO (Christian Baier lascia a fine settembre, sostituito da Klaus Fröhlich); in Dow la guida è ora nelle mani della CEO Karen S. Carter.

Le previsioni per il terzo trimestre e per l’intero 2026

Sul fronte delle previsioni, la maggior parte delle società si muove con cautela, segnalando un possibile affievolirsi dei venti favorevoli legati alla scarsità di offerta non appena le tensioni in Medio Oriente si stabilizzeranno. Celanese prevede un EPS adjusted in calo nel terzo trimestre (tra $1,35 e $1,75, contro i $2,45 del secondo), pur confermando la guidance annua di circa $6,00 di EPS adjusted; Eastman prevede un EPS adjusted in linea con quello del secondo trimestre; LyondellBasell segnala che il ripristino delle forniture colpite dal conflitto potrebbe estendersi fino al 2027. DuPont, Arkema e Avient, al contrario, hanno alzato le rispettive guidance per l’anno, forti della crescita organica in settori come aerospazio, elettronica, trattamento delle acque industriali e materiali colorati/additivati di specialità. Borouge International avverte che, se il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz si normalizzasse, i margini potrebbero comprimersi nella seconda metà dell’anno più rapidamente di quanto suggerito dalla sola stagionalità dei prezzi. Covestro, BASF e Syensqo hanno tutte alzato le rispettive stime di EBITDA per l’intero 2026, segno che almeno una parte del miglioramento dei margini è considerata, dalle direzioni aziendali, non del tutto transitoria. Braskem, dal canto suo, non fornisce alcuna guidance numerica: le priorità dichiarate per il secondo semestre restano la ristrutturazione del capitale, la disciplina finanziaria e la gestione della liquidità, con i prezzi internazionali delle resine già tornati, a fine trimestre, ai livelli precedenti la crisi mediorientale.

Nota metodologica

L’analisi si basa sui comunicati e sui documenti finanziari relativi al secondo trimestre 2026 messi a disposizione da diciassette società: Borouge International, Braskem, Celanese, Covestro, Dow, DuPont, Eastman, ExxonMobil, Indorama Ventures, Ineos Quattro Holdings, LyondellBasell, BASF, SABIC, Syensqo, TotalEnergies, Arkema e Avient. Per Braskem è stato utilizzato il comunicato stampa completo dei risultati (Earnings Release 2Q26), che riporta dati di conto economico, volumi e informazioni sulla ristrutturazione del debito. I dati sono riportati come pubblicati dalle singole società, in valuta e con definizioni contabili (EBITDA, EBITDA adjusted, EBIT, underlying, ecc.) non omogenee tra loro; le conversioni valutarie indicate tra parentesi sono approssimative. Per ExxonMobil e TotalEnergies vengono riportati sia il risultato del segmento chimico/raffinazione-chimica sia, per contesto, l’utile netto complessivo di gruppo. Covestro pubblica un bilancio semestrale IFRS; Indorama Ventures ha reso disponibile l’avviso borsistico sintetico depositato alla Borsa di Bangkok.