C’è un momento, nella vita di un settore industriale, in cui il linguaggio della diplomazia istituzionale smette di essere sufficiente. Quel momento, per il riciclo della plastica in Italia, è arrivato da tempo — e le parole del presidente di Corepla Giorgio Quagliuolo al Sole 24 Ore lo confermano senza ambiguità: non siamo più di fronte a una difficoltà congiunturale, ma a una crisi strutturale di cui si fa fatica a immaginare una via d’uscita.
Diciamolo con chiarezza: quarantacinque impianti chiusi in Europa, due fermi in Italia e altri due in revamping non sono statistiche. Sono capacità produttiva che esce dal sistema mentre i volumi di raccolta continuano ad arrivare. È un’equazione che non regge, e chi la osserva da fuori — un tavolo ministeriale convocato mesi fa e ancora privo di misure concrete, lettere alle istituzioni europee firmate da ventotto operatori, richieste di Assorimap rimaste senza risposta sostanziale — vede con nitidezza dove sta andando a schiantarsi: contro la raccolta differenziata dei cittadini, contro i bilanci comunali, contro un pilastro dell’economia circolare che l’Italia ha impiegato quindici anni a costruire e che rischia di sgretolarsi in pochi trimestri.
Non è un problema di sensibilità ambientale, ed è bene non confonderlo con quello. È un problema di politica industriale, semplice e crudo. Un settore che impiega oltre diecimila addetti in 350 imprese, con una capacità installata di quasi 1,8 milioni di tonnellate, viene lasciato competere ad armi impari contro plastica vergine a basso costo e materiale riciclato extra-UE dalla tracciabilità opaca — mentre altri paesi europei, Francia e Spagna in testa, hanno già messo in campo strumenti di sostegno che l’Italia continua a rimandare. Chiedere codici doganali specifici per fermare le importazioni mascherate da riciclato non è una rivendicazione di categoria: è la richiesta minima perché un mercato funzioni secondo le regole che lo stesso legislatore europeo si è dato.
La proposta di anticipare al 2027 l’obbligo di contenuto riciclato negli imballaggi, gli accordi di filiera vincolanti evocati da Assorimap, il riconoscimento di crediti di carbonio per chi produce materia prima seconda: sono sul tavolo da mesi. Il tavolo di crisi al Mase non può essere l’ennesima sede di ascolto reciproco senza esito. Se la politica industriale italiana continuerà a rispondere con tavoli tecnici a una crisi che i suoi stessi protagonisti definiscono strutturale, la domanda da porsi non sarà più se il blocco della raccolta differenziata arriverà, ma quante settimane di stoccaggio critico ci separano da quel momento — e chi, tra imprese, comuni e cittadini, ne pagherà il conto.
Il tempo delle lettere è scaduto. Serve un impegno vincolante, con scadenze verificabili, non un ennesimo rinvio.
a cura di Paolo Spinelli

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