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Produttori di polimeri sotto i riflettori

I produttori di polimeri sono oggi sottoposti a un'enorme pressione pubblica e legislativa per trovare modi tecnicamente ed economicamente più efficienti per il riciclo. I materiali polimerici rischiano di diventare il capro espiatorio di una serie di ragioni sbagliate.

La produzione delle materie plastiche, o dei polimeri, è stata per molti anni un’attività misteriosa. Per la maggior parte della sua storia, non si è mai saputo molto su questo settore dell’industria; questo perché è inserito come in un panino tra l’industria oil&gas e la strabordante offerta dei prodotti finiti. E come in un panino, l’hamburger nel mezzo si vede a malapena a causa dell’alta visibilità del pane che ci sta intorno.

Ma ora, e per tutta una serie di ragioni sbagliate, le aziende che producono i polimeri, presenti in prodotti come bottiglie di plastica, pellicole, contenitori, bicchieri da caffè e sacchetti usa e getta, sono balzati improvvisamente alla notorietà dei legislatori e del pubblico in generale. Questo è il risultato della reazione al flagello dei rifiuti di plastica presenti nei nostri fiumi e oceani.

Per un tempo lunghissimo, praticamente dalla nascita della moderna industria della plastica negli anni ’50, nessuno ha mai riflettuto molto sull’impatto ambientale di ciò che fanno i produttori di polimeri. Giusto per spiegare chi sono i produttori di polimeri, il settore è rappresentato da aziende come ExxonMobil, Chevron Phillips Chemicals, LyondellBasell Industries e Dow Chemical, che producono una vasta gamma di granuli di polimero di diverso tipo ottenuti da materie prime derivate dal petrolio e dal gas.

In linea di massima, il loro lavoro si conclude solitamente con la spedizione del granulato ai trasformatori o ai fabbricanti di articoli in plastica, i quali fondono i granuli di polimero per trasformarli in tubi di plastica, bottiglie, film e sacchetti ecc. il cuore stesso del nostro stile di vita moderno.

“L’obiettivo è fare soldi, e il migliore modo per fare soldi come produttore di polimeri è sempre stato quello di guardare a monte, verso il costo delle materie prime, ovvero il petrolio e il gas”, ha affermato un pianificatore strategico che lavora presso una grande azienda nel settore oil&gas e polimeri.

“Tutto ciò che contava era spuntare il miglior prezzo possibile per le materie prime dal momento che nessuno chiedeva come i polimeri fossero fatti dal punto di vista della sostenibilità. Anche la domanda di mercato non è mai stata un problema, in quanto la plastica si è fatta strada in un crescente numero di aspetti della nostra vita moderna. La crescita dei consumi è stata enorme”.

Oggi non più. I produttori di polimeri sono sottoposti a un’enorme pressione pubblica e legislativa per trovare modi tecnicamente ed economicamente più efficienti per riciclare la plastica. In altre parole, per ottenere i loro prodotti non dal petrolio e dal gas, ma da plastica usata.

Riciclo meccanico e riciclo chimico

Vi sono due metodi per riciclare la plastica: meccanico e chimico. Il riciclo meccanico comporta la raccolta e la selezione dei rifiuti di plastica, un compito costoso e logisticamente impegnativo, e la loro successiva fusione per trasformarli di nuovo in prodotti in plastica finiti.

Il riciclo chimico invece comporta la scomposizione delle materie plastiche nei loro componenti chimici di base. Il risultato della scomposizione sono carburanti per gli autoveicoli e un qualcosa chiamato nafta. La nafta è tradizionalmente prodotta nelle raffinerie di petrolio ed è una materia prima per la produzione di polimeri come il polietilene (PE) e il polipropilene (PP).

C’è molto scetticismo all’interno del settore sulla fattibilità economica e tecnica del riciclo chimico. Il problema è raggiungere i livelli di purezza necessari per produrre nafta della qualità giusta da utilizzare in sostituzione della nafta prodotta in raffineria.

Tuttavia, alcuni operatori del settore prevedono importanti progressi campo del riciclo chimico nei prossimi cinque anni, destinati a cambiare radicalmente il settore dei polimeri.

Invece di costruire nuovi stabilimenti di produzione di polimeri convenzionali del costo di vari miliardi di dollari (specialmente negli Stati Uniti vi è stata un’enorme ondata di nuove costruzioni negli ultimi cinque anni), il modello di produzione potrebbe cambiare e passare a una rete di piccoli impianti di riciclo chimico.

Gli impianti recupererebbero plastica di scarto dalle discariche a un costo negativo per le materie prime. Gli operatori delle discariche sarebbero felici di pagare i produttori di polimeri per togliersi di torno i rifiuti di plastica e risparmiare così sulle tasse.

Ma a questo punto un centinaio di piccoli impianti di riciclo chimico potrebbero tutti insieme riuscire a produrre abbastanza nafta da permettere ai produttori di soddisfare la domanda globale?

Qui entra in gioco la parte dell’equazione che attiene alla domanda. Grazie anche a iniziative globali come quelle messe in atto dalla fondazione Ellen MacArthur Foundation, i brand owner (vale a dire i produttori di bottiglie di shampoo e detergenti e una vasta gamma di altri prodotti di consumo usa e getta come Procter and Gamble e Unilever) si sono impegnati a passare alla plastica riciclata e a ridurre il loro consumo di plastica.

Nel settore del retail, grande distribuzione compresa, si stanno perfino introducendo divieti all’uso di imballaggi in plastica di vari tipi, sostituendoli con imballaggi più riciclabili realizzati con carta e alluminio. Inoltre, sono state messe in atto numerose iniziative governative, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, per bandire del tutto alcune applicazioni della plastica, come l’onnipresente e famigerato sacchetto della spesa, che per la cronaca è fatto di polietilene.

Questa evoluzione sta costringendo i produttori di polimeri a guardare molto più a valle per continuare ad assicurarsi il successo invece che a monte. In sintesi, dovranno collaborare con i brand owner e la grande distribuzione per riprogettare gli imballaggi in plastica al fine a) di renderli più riciclabili e b) ridurre in primo luogo il contenuto di plastica.

“Less is more (meno è di più)” è il nuovo karma dei millennials, secondo una ricerca di mercato condotta dai brand owner, al posto del “more and more (sempre di più)” dei loro genitori. I social media oggi danno un’importanza maggiore alle esperienze piuttosto che alle cose, e favoriscono la coscienza ambientale. Tutto ciò spinge i millennials a evitare ad esempio il consumo di prodotti confezionati in plastica monouso, per rivolgersi invece a prodotti percepiti come meno “avanzati”. Sono infatti le plastiche monouso la causa principale della crisi globale dei rifiuti di plastica.

Questo non è un fenomeno tipico della sola parte ricca del mondo. La capacità di connettersi a livello globale tramite smartphone ha portato alla diffusione della stessa mentalità tra i millennials, in Indonesia come in Occidente, secondo una ricerca di un grosso brand owner. Nel 2013, solo 58 milioni di indonesiani (il 24% della popolazione totale) possedeva uno smartphone, una cifra che quest’anno dovrebbe salire a 180 milioni (il 67%).

Tre scenari per il polietilene

I produttori di polimeri riconoscono che il loro successo futuro non dipenderà soltanto dalla collaborazione con i brand owner e la distribuzione nel ripensamento degli imballaggi, ma sarà indispensabile investire in nuovi team tecnici e commerciali. Dovranno inoltre assumersi la responsabilità dello smaltimento finale dei prodotti in plastica.

Alcuni produttori ritengono che i legislatori introdurranno imposte sulla plastica, o anche un sistema di scambio di crediti per la plastica simile al sistema dei crediti per il carbonio, che all’interno dell’Unione Europea penalizza o avvantaggia le imprese a seconda della misura in cui smaltiscono in modo sostenibile i rifiuti.

Il nocciolo del problema dello smaltimento si concentra su dieci fiumi nei paesi in via di sviluppo, otto in Asia e due in Africa. Uno studio del 2018 del Centro Helmholtz di ricerca ambientale stima che il 90% dei rifiuti di plastica presente negli oceani del mondo proviene da questi dieci fiumi.

Un produttore di polimeri d’avanguardia è Borealis, con sede a Vienna, che collabora con il governo norvegese e altre aziende nella creazione di un sistema di raccolta e riciclo di rifiuti di plastica nella città di Muncar sull’isola di Giava, in Indonesia. L’obiettivo è impedire che 10.000 tonnellate di rifiuti di plastica finiscano nell’oceano nei prossimi cinque anni.

“Penso che sia solo una questione di tempo prima di vedere affermarsi una legislazione globale mirata ai rifiuti plastici. Lo sviluppo della legislazione potrebbe cambiare i termini in base ai quali operiamo”, ha aggiunto il pianificatore strategico.

Il polietilene (PE) è il polimero più esposto alla crisi dei rifiuti plastici, poiché più della metà delle sue applicazioni finali sono monouso. È molto usato per produrre pellicole di plastica, contenitori per alimenti e bottiglie.

La crescita della domanda di PE dalla sua invenzione nel 1930, quando è stato utilizzato per la prima volte per isolare i cavi dei radar, è stato sbalorditiva. I dati ICIS sulla domanda e offerta del PE risalgono fino al 1978. In quell’anno, il consumo globale era di 11 milioni di tonnellate, ma nel 2018 aveva raggiunto i 102 milioni di tonnellate. Nel periodo, la crescita percentuale annua della domanda stata è quindi del 5,7%.

L’andamento della domanda

Lo scenario di base secondo ICIS prevede che dal 2019 al 2030 la domanda globale salirà ulteriormente da 107 a 156 milioni tonnellate con un tasso di crescita medio annuo del +3,6%. Questo scenario da “normale amministrazione” prevede una grande pressione da parte dell’opinione pubblica e una conseguente reazione politica contro i rifiuti di plastica.

Gli altri due scenari ICIS presentano risultati molto diversi per la domanda di PE e quindi per le fortune finanziarie dei produttori del polimero.

Lo scenario intermedio presuppone una crescita moderatamente più bassa (+3% l’anno), poiché l’industria viene vista collaborare con successo con i brand owner e la distribuzione per riprogettare gli imballaggi, e investire sostanziosamente nel riciclo meccanico e chimico e nella riduzione dell’inquinamento di fiumi e oceani.

In base a questo scenario, invece di concentrarsi principalmente sull’acquisizione di materie prime a basso costo ottenute da petrolio e gas per produrre sempre più PE, l’attenzione dei produttori si andrà a spostare sulla fornitura di servizi o soluzioni per fronteggiare il problema dei rifiuti di plastica. Questi nuovi servizi contribuiranno a compensare il calo dei ricavi nel periodo 2019-2030, ma in ogni caso la crescita cumulativa della domanda registrerà 60 milioni di tonnellate in meno rispetto allo scenario di base.

Tuttavia, se l’industria dei polimeri dovesse in gran parte ignorare il problema, il PE verrebbe gradualmente sostituito da altri materiali per imballaggio più riciclabili come l’alluminio e la carta. I brand owner e la distribuzione smetterebbero di utilizzare il PE, ove possibile, a favore di altri materiali. In questo caso vedremmo la crescita della domanda di PE limitarsi ad appena un +2% l’anno.

Se si avverasse questo scenario pessimistico, l’effetto sull’industria dei polimeri sarebbe devastante. Negli anni tra il 2019 e il 2030, su base cumulativa, la domanda perderebbe in totale 181 milioni tonnellate rispetto al nostro scenario di base.

Nel grande schema delle cose, lo scenario pessimistico potrebbe sembrare avere poche conseguenze al di là degli effetti sui produttori di polimeri. Tuttavia molti dei principali produttori di polimeri sono anche produttori petroliferi e alcuni dei nomi più noti sono importanti per i mercati azionari e i fondi pensione. Questo scenario avrebbe quindi ripercussioni negative su vasta scala.

La buona notizia è che ICIS considera questo ultimo scenario assai improbabile in quanto le aziende di polimeri stanno mostrando di prendere il problema dei rifiuti plastici molto, molto sul serio.

 

 

 

 

 

a cura di John Richardson, consulente senior per l’Asia, ICIS