Alla vigilia del voto decisivo che domani, 6 febbraio, vedrà gli Stati membri dell’Unione Europea esprimersi sulla direttiva Single-Use Plastics (SUP), l’industria italiana del riciclo delle materie plastiche, in particolare del PET, lancia l’ultimo appello per evitare il collasso. Assorimap, l’associazione che riunisce i riciclatori nazionali, ha chiesto al governo italiano di farsi portavoce di una strategia che rimetta al centro la produzione continentale rispetto alle importazioni incontrollate da paesi extra-UE.
Il pressing politico
In una lettera inviata al Ministero dell’Ambiente, il presidente di Assorimap, Walter Regis (nella foto), ha tracciato un percorso vincolante per salvaguardare gli investimenti nazionali. La proposta dell’associazione si articola su un principio di priorità e reciprocità: l’Italia dovrebbe spingere affinché, in una prima fase, venga riconosciuta come “plastica riciclata” valida per gli obiettivi europei esclusivamente quella lavorata all’interno dei confini dell’Unione. Solo in un secondo momento si potrebbe aprire al materiale importato, ma a patto che questo rispetti criteri ambientali, sanitari e di tracciabilità rigorosamente equivalenti a quelli vigenti nei nostri stabilimenti.
I numeri della crisi del riciclo del PET
Il grido d’allarme di Assorimap poggia su fondamenta drammatiche, suffragate dai dati di Plastics Recyclers Europe. Negli ultimi tre anni, il settore ha assistito alla chiusura di ben cinquanta impianti di riciclo in tutto il continente, con un’accelerazione preoccupante nel corso del 2025, anno in cui la capacità produttiva persa è quasi triplicata rispetto al 2023.
Il comparto del riciclo del PET, fondamentale per la filiera delle bevande, è il più colpito, rappresentando da solo oltre un quinto di questo tracollo industriale. È un paradosso tutto europeo: mentre la capacità installata di 3,2 milioni di tonnellate sarebbe teoricamente sufficiente a coprire quasi l’intero fabbisogno di bottiglie immesse sul mercato, le aziende chiudono perché messe all’angolo dal dumping dei prezzi esteri.
Il rischio della delocalizzazione verde
Per Assorimap, la posta in gioco domani a Bruxelles non riguarda solo i bilanci aziendali, ma la stessa credibilità della transizione ecologica europea. Un voto contrario alla protezione della filiera interna significherebbe, nei fatti, accettare la delocalizzazione di un settore strategico.
Senza garanzie sulla tracciabilità e sulla qualità alimentare del polimero riciclato, l’Europa rischierebbe di vanificare dieci anni di investimenti nell’economia circolare, scivolando in una pericolosa dipendenza dall’estero proprio per il raggiungimento dei propri obiettivi “green”.

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